Nella primavera del 1663 Spinoza scriveva all’amico Meijer una lettera, poi nota come Epistola de Infinito, per chiarire la propria riflessione sulla natura infinita della sostanza. La questione da dipanare era quella, emersa nella Prima parte dell’Etica, su come la sostanza (unica, eterna, indivisibile) potesse comprendere in sé le cose del mondo (molteplici, finite, divisibili). Spinoza risolveva l’antinomia a favore dell’unicità dell’infinito; in tale maniera la misura, il tempo e il numero divenivano «strumenti dell’immaginazione», vale a dire mezzi secondo cui l’uomo suddivideva la sostanza per autorappresentarsela. Entro l’operazione spinoziana pareva smarrirsi una rilevante quota di mondo, che la speculazione successiva proverà, in vari modi, a ricomprendere.